Rolando Rovati | Considerazioni sulla mia pittura 1
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Considerazioni sulla mia pittura 1

Sono nato a Ghedi in provincia di Brescia.

In quegli anni era un paese a prevalente economia agricola ed era definito “zona economicamente depressa”. Non c’erano le scuole medie, i mezzi di trasporto erano scarsi  e per far studiare i figli i miei genitori si trasferirono in città.

Come tutti ho cominciato a disegnare e a dipingere durante la scuola elementare.

Penso che durante l’infanzia siano stati importanti i colori della natura in cui ero immerso e la curiosità per i “madonnari” che disegnavano davanti alle chiese.  Anche il tentativo di riempire la mia solitudine di bambino inurbato ha avuto una certa rilevanza.

Poi, per alcuni anni, mi sono dedicato alla ricerca di giudizi favorevoli in famiglia e fra gli amici.

L’apprezzamento positivo per la verità, soprattutto in famiglia, non mi è mai stato elargito in grande quantità, ma del resto nel mio mondo non era possibile dedicarsi alla pittura senza essere etichettati per sfaccendati o destinati a vivere di espedienti.

Oggi si tratta della ricerca della felicità: quando dipingo è questo il mio obiettivo.

Nel giovanile passato ho viaggiato da Gibilterra fino alle pendici dell’Himalaya, sempre rigorosamente “on the road”. Considero questi viaggi un po’ riti d’iniziazione e un po’ percorsi di introspezione.

Dopo i viaggi mi sono laureato in medicina e tutt’ora  faccio il medico.

Mi sono dedicato alla pittura senza interruzioni, ma con continuità variabile in relazione agli obblighi di studio e di lavoro.

All’inizio era soprattutto bianco e nero con matite o china, poi è comparso imperiosamente il colore e da quel momento i limiti imposti dall’imitazione della realtà mi sono sembrati così stretti da allargare sempre di più i confini entro cui racchiuderlo.

Progressivamente mi sono anche ribellato al vincolo del giudizio altrui e ho acquisito sempre maggiore sicurezza nei miei mezzi espressivi.

Da allora sono ripartito con più determinazione e con metodo alla ricerca di una sintassi pittorica che coniugasse l’irruenza espressiva che mi trovavo fra le mani con le regole che le origini contadine mi avevano trasmesso: l’ordine, la simmetria, l’equilibrio, il decoro.

Ora le mie opere nascono un po’ alla volta, quando i segni cominciano a collegarsi fra loro partendo da poche aree delimitate: una retta qui, una curva là, un ghirigoro a sinistra, un po’ di musica a destra e così via.

Non parto mai da un’idea, ma da un’immagine rudimentale.  La sorgente è sempre questa insieme all’emozione che trascina.

Il resto fluisce spontaneamente anche se talvolta con fatica o perfino sofferenza se si sovrappongono più intuizioni che determinano la necessità di una scelta o di una sintesi.

Non sempre trasformo immediatamente queste immagini rudimentali in un manufatto definitivo, ma le conservo, anche a lungo, nella forma di tracce in uno spazio bianco. Quando le riscopro, se suscitano qualche nuova emozione, affronto l’avventura della trasformazione pittorica.

E’ così che un po’ di ciò che ho conservato si trasforma in qualcosa di sempre nuovo.

Molto spesso assemblo le immagini in tanti riquadri con l’intenzione di proporre in un’unica visione mondi diversi, ricchi di svariate suggestioni Ogni riquadro racchiude una storia che si intreccia con un’altra storia come a comporre un racconto.

Un racconto che ad una prima lettura sembra prendere origine da un approccio formale da matematico, da logico, ma dove immediatamente gli infiniti punti di caduta, di fuga e di perdita di memoria rimandano ad un’astrazione che rilancia un nuovo “gioco”.

Tutto sembra caratterizzato da un geometrismo assoluto, ma qualcosa interviene sempre a destabilizzare perchè la variante e la variazione sono costantemente imminenti come nello scarabocchio infantile. Rette che procedono diritte, a zig zag o che si incurvano all’improvviso a formare ellissi, parabole, cerchi e rette parallele che all’improvviso divergono o si incrociano.

Questa matrice affonda sempre in una sostanza forte di ritmo e di aritmetica, ma anche di altro. Un ingrediente che non sempre trovo con facilità ma che è necessario a condensare infiniti universi in pochi centimetri.

Con il trascorrere degli anni alcuni schemi si sono fissati nella mente e, immanenti, forniscono sempre ispirazione, altri si rinnovano e altri ancora prodigiosamente nascono.

Poi arriva il colore con acrilici che sembrano smalti, pastelli, pennarelli, inchiostri per sottolineare il segno, spesso l’applicazione di carte.

Il colore deve “fare festa”, deve abbacinare, deve ipnotizzare e trasportare altrove.

L’obiettivo è quello di trovarsi come di fronte alle moschee di Isfahan dove le decorazioni sinuose  sembrano arrampicarsi oltre le cupole, attirando lo sguardo dell’osservatore così in alto che a fissarle a lungo si ha la sensazione della vertigine o come all’ascolto del ritmo e degli accenti di una lingua ignota che come musica ci rapisce e ci trasporta verso luoghi di approdo ignoti.

Non si tratta di una pittura del visibile che imita oggetti esistenti e che più vale quanto più si avvicina alla realtà.

Questa pittura ambisce a dipingere l’invisibile.

Come ha scritto Fausto Lorenzi (Monografia 2009): ”…per questa strada ci si avvicina sempre più all’idea di rendere finiti i confini dell’infinito, cioè di riuscire a costringere nella ripetizione di un linguaggio limitato un concetto, quello di infinito, che sfugge per sua natura a ogni tentativo di clausura. L’ambizione per dirla con Shakespeare di diventare re di uno spazio infinito rimanendo in un guscio di noce…”.

E’ così che un po’ di ciò che ho conservato

si trasforma in qualcosa di sempre nuovo.