Rolando Rovati | Fausto Lorenzi
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Fausto Lorenzi

Catalogo Opere – 2009

“Magie e inquietudini della lanterna magica“

Rolando Rovati lavora con smalti e ritagli di carte colorate, applicati in prevalenza su tavola. Trasfigura segno e colore secondo le traiettorie che furono tracciate dall’astrazione simbolista, quando mirò ad assimilare la pittura allo statuto della musica. Più in generale, attinge alla struttura ritmica e coloristica dell’arte decorativa (i mosaici, gli arabeschi, gli intarsi, le vetrate), cogliendone anche simbologie e motivi folclorici da varie culture tra Oriente e Occidente.

In questo catalogo Rovati, attivo fin dai primi anni Ottanta sulla scena della pittura, esemplifica le ricerche degli ultimi quindici anni, dal 1995 ad oggi. Un periodo nel quale le tracce figurali – come i voli d’uccelli tra il sole e la luna, magari compresenti -, sono sempre più diventate ellissi, volute, cifre ritmiche. Ed esercizi della geometria, pur sempre su una filigrana di figura, su uno sfondo reale (come da finestre aperte sul cortile, o da interni tra Lanterna magica e set filmico o grafica da Second Life).

Le accensioni multicolori muovono da riferimenti a paesaggi, fiori, uccelli, pesci, astri, personaggi, oggetti e situazioni di vita in interno o urbana, ma per un gioco mentale di linee e forme colorate che s’aprono come efflorescenze o s’accendono come bengala, luminarie, sonde spaziali entro precise geometrie. Al fondo sta la candida meraviglia del caleidoscopio, in un gioco di forme e formelle che vanno conquistando una rabescata eleganza. E quando più Rovati semplifica in contrasti netti, austeri, più accresce la forza della struttura compositiva e il suo effetto d’astrazione.

Sarà la professione di medico psichiatra che lo porta a sondare le dimensioni frantumate dell’io, ma anche i lavori di Rovati – giocati spesso su linguaggi in frizione – hanno come costante il disvelamento dell’esistenza di più piani del reale, di molteplici visioni e, quindi, di verità, movendo da un “pattern” decorativo.

Per Rovati è stato più volte evocato, come fonte larga d’orientamento, lo stile che fu elaborato nel clima simbolista della Secessione viennese, alle soglie del ‘900, da personaggi come Hoffmann, Olbrich o Kolo Moser, che corteggiavano l’infinito, progettando motivi strutturali e ornamentali che potessero riprodursi illimitatamente, fondendo geometria, natura, grafismi giapponesi (che in certi echi e rifrazioni di Rovati arrivano fino a grafici, cartoonist e fumettisti di «manga» e «anime», di super robot arcaico-fantascientifici), compattezza del blocco tipografico, e psicologia della Gestalt. Da qui, visto un versante più ironico e giocoso, anche l’evocazione di Hundertwasser.

Ma Rovati si è mosso altrettanto attingendo alla lezione di una certa araldica futurista, sulla scia del celebre “Manifesto per la ricostruzione futurista dell’universo” di Balla e Depero (1915), che si proponevano di ricostruire l’universo “rallegrandolo”, cioè ricreandolo integralmente. Balla e Depero si impegnavano a trovare «degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo», per formare dei complessi plastici da combinare arbitrariamente e da «mettere in moto». Da qui l’espansione ritmico-geometrica di forme nello spazio, attraverso compenetrazioni iridescenti. Come insegnava Balla, e viceversa Depero per certo gusto più ludico e incantato nelle figurazioni favolistiche da balletti e giocattoli meccanici. L’immagine fra costruita e fumettata viene anche da suggestioni delle avanguardie cubofuturiste russe, che reinventavano nei nuovi linguaggi ataviche forme di percezione del mondo tramandate dalle tradizioni popolari (ricami, stampe, lunari…).

Nel gioco dei riferimenti a largo spettro, per capire l’ampio retroterra, generico ma non banale, delle ricerche di Rovati, certe forme antropomorfiche, organiche e biologiche lo hanno avvicinato anche alla grammatica surrealista, anche se non fa affiorare l’inconscio, quanto, nel controllo delle linee dinamiche e dello spazio, nella coreografia geometrizzante, un’immagine interiore universale. Le linee, i colori, come forze vive e fluenti che tramutano e organizzano le energie naturali in forme emotive e spirituali.

Proprio alludendo alla mimesi di un processo formativo, si può parlare per Rovati di figure magiche e metamorfiche. Azioni e funzioni come nelle favole, in una topologia mitica. Anche per i paesaggi, si può parlare di topografie trasognate, microscopiche e cosmiche. Sono dei complessi plastici, che Rovati vuole mettere in moto tramite un ritmo seduttivo e un flusso medianico. Infatti lo scopo non è di rappresentazione, ma di presentazione, di chiarificazione interiore, dando ordine a una molteplicità intima e cosmica, in un catalogo che dalle apparenze riconduce a simboli e segni, a strutture nette d’attrazione reciproca tra il particolare e l’universale.

L’autore si è applicato alle sperimentazioni sulla percezione visiva dei colori ma non è mai approdato a giochi di optical art né ad elaborazioni scientifico-tecnologiche, pur lavorando sul contrasto tra i colori primari (o “non colori” come il nero) e le variazioni ottenute con le gradazioni delle stesure cromatiche. E pur usando anche accensioni vivide, smaltate, talora quasi fluorescenti, grazie all’uso di vernici brillantanti.

Se le opere sono infatti basate sull’analisi di ritmo, colore, luce, timbro, il colore si propone però di agire come emozione e come memoria, creando un flusso di immagini che esprimono funzioni vitali (il lavoro si avvicina alle teorie gestaltiche sulla percezione). Un colore che vuol farsi rivelatore di spazi cosmici ed esistenziali. Viene in mente la teoria dei colori di Kandinskij, con i colori che esprimono il corporeo e lo spirituale, il caldo e il freddo, la nascita e la morte. E viene in mente il neoplasticismo di De Stijl con la ricerca attorno al colore-struttura. Per questa strada, ci si avvicina sempre di più all’idea di rendere finiti i confini dell’infinito, cioè di riuscire a costringere nella ripetizione di un percorso limitato un concetto, quello d’infinito, che sfugge per sua natura ad ogni tentativo di clausura. L’ambizione, per dirla con Shakespeare, «di diventare re di uno spazio infinito rimanendo in un guscio di noce».

La pittura, coniugando le ricerche sul gesto e quelle sullo spazio pittorico, si propone come un sistema autonomo di segni, che non rimanda ad altro che a se stesso, capace di risolvere reciprocamente l’una nell’altro forma e spazio attraverso i ritmi ed i guizzi cromatici: e si giustifica non come pura decorazione, ma come nucleo emozionale, filtro spirituale della realtà, nel contrasto fra misura (l’ordine, per intima necessità, dei rapporti tra pieni e vuoti) ed accelerazione lirica, vitalistica ed energetica.

Nelle tarsie timbriche incorniciate, tramate di luce squillante, la pittura inscena un’architettura musicale, la nostalgia d’una universale armonia, affidata alla bellezza “sensibile” del colore. Ed alla sapienza millenaria del decoro, tramite segni leggeri e stralunati, danzanti e astrali, a tessere arazzi, mosaici, giardini segreti, tipografie illeggibili, strutture cristalline.

L’interesse della ricerca di Rolando Rovati è proprio nell’esplorazione di «immagini interne», cioè di costruzioni metamorfiche dal mondo visibile al mondo invisibile, in danze e fuochi d’artificio intrecciati sul positivo e il negativo, sull’intarsio di simmetrie, illusioni e distorsioni prospettiche, su scacchiere di immagini multiple.

L’invenzione di rappresentazioni ambigue, ambivalenti, anamorfiche, con particolari segreti, con prospettive multiple, è un aspetto della creazione artistica che va ben al di là del gusto per effetti sorprendenti e ipnotici, quando tocca in profondità questioni ed enigmi relativi al nostro modo di definire e comprendere il mondo, e al rapporto fra verità e finzione da intendersi anche in senso morale e non solo visivo.

La ricerca di Rovati si sviluppa in modo sempre più astratto e allusivo, le forme naturali stilizzate e rese irreali, come richiami frammentari alla transitorietà della vita terrena rispetto all’infinito, e simboli della mutevolezza di fronte all’eternità.

Da qui gli arabeschi (cioè stilizzazioni di forme vegetali di ascendenza ellenistica), gli intrecci geometrici, le calligrafie come eterno, “ordinato” ritorno dei motivi che, tra logica matematica e continuità ritmico-organica, dimora nel cuore dell’ornamento, cioè del “senso dell’ordine” a cui l’uomo aspira davanti al flusso incessante del mondo.

Apparentemente secondaria (e quasi per definizione marginale), la questione dell’ornamento si dispone all’incrocio tra etica ed estetica, su una linea di cedimento che sollecita pulsioni psichiche più profonde.

Rovati lavora sulle tensioni irrisolte tra ciò che è sempre stato assegnato alla funzionalità e ciò che invece è sempre stato collocato nella gratuita del dono, dell’ornamento “inutile” che non racconta altro al di fuori di se stesso e dei suoi intrecci.

A un certo punto, lo spazio sembra quasi recedere, farsi cedevole – accogliente – nell’interazione di forme e linee dinamiche, tra ripetizione e invenzione-variazione del modulo ornamentale. Sotto trame e flussi apparentemente decorativi e astratti, affiorano infatti immagini iterate, con continue varianti, e l’intenzione è proprio quella di far intendere il senso dell’ordine –letteralmente normativo – che si è tramandato nell’arte decorativa, nella sua ripetitività modulare di motivi che rimandano a una catena di simboli e ideografie risalenti a ritroso persino alle origini di determinate comunità, ad ataviche forme di percezione del mondo -, in un equilibrio ritmico che percepiamo come bellezza – in corrispondenza a un “canone” più generale di rapporti. Sicché questi lavori rivisitano anche la funzione propria della tradizione decorativa di avvicinamento a stilizzazioni magiche, alla ripetizione di motivi ancestrali con significati religiosi, taumaturgici, propiziatori, che vogliono mettere in sintonia col grembo della natura, come le forze più vitali.

I suoi quadri paiono composti da tessere musive, perché serrano stilizzazioni di figure e paesaggi secondo strutture lineari e sintetiche derivate dalla grammatica cubofuturista e neoplastica, ma lasciando sempre un margine di aleatorietà, come di apparizioni composte ma sospese in un’aura magica. Sono tutti tasselli d’un singolare puzzle che al fondo reca memorie composite, cariche anche di sapori d’Oriente (e non solo la decorazione araba, ma persino, si accennava, il Giappone dei manga) e di fantasmagorie lucenti. Ci sono anche uomini-guerrieri, eroi e mondi fantastici in alcuni lavori di Rovati, che vengono appunto da quell’impasto di Oriente e Occidente, di Bisanzio e Slavi, di Islam e Cristianesimo, e ne raccolgono la memoria come in una ballata di colori popolari. Certo candore – talora può apparire quasi naif – si può coniugare con i sintetismi ed i sofisticati linearismi delle avanguardie novecentesche europee, senza stridori, in un’armonica ritmica decorativa.

In fondo sono tutti “tatuaggi del mondo”: per cercare una formula, si potrebbe parlare di una sorta di neocostruttivismo lirico per quest’uso emozionale di forme, di complessi plastici ritmati a colori accesi, anche se certa accumulazione esasperata di forme, tra figurazione e astrazione, può richiamare affastellamenti seriali dei “nuovi realisti” degli anni Sessanta, in ambito pop, ma qui prevale la ricerca di eventi visivi inediti e complessi. Ma in fondo è il ritmo d’un mandala, d’un esorcismo.

Nell’esperienza quotidiana, si vive circondati da calligrafie, decorazioni sulle pareti e i pavimenti, tappeti,: Rovati può credere che queste “scritture” possano anche cancellare le differenze tra sessi e culture, se diventano scritture comuni, generali, dell’esistenza. Il senso dell’ordine si instaura però come sostegno dei sogni: la liberazione della fantasia che entro coordinate controllabili sperimenta le infinite possibilità del linguaggio e trasforma la geometria in ritmo.

Si è detto dell’adeguarsi a quel “senso dell’ordine”, di ripetizione e simmetria che governa le arti decorative, sia a Oriente come a Occidente, come linguaggio universale d’una millenaria tradizione. Ma Rovati offre sempre un’inclinazione ora di caricatura grottesca e “perplessa”, ora di nostalgia lirica e malinconica: combina incessantemente le tessere del suo linguaggio perché le loro geometrie bizzarre e caleidoscopiche compongano le figure e le sorprese dell’infanzia (quando i bambini si incantavano a sgranare rosari di perline scintillanti ed a rigirarsi fra le mani biglie rutilanti di vetro) o disegnino finalmente lo schema d’una città perfetta a misura d’uomo. Allora, dai puri tracciati lineari alle strutture organizzate sul calcolo della sezione aurea, alle analogie tra colori e suoni, la geometria fonda un ordine poetico di respiro armonioso, che muove alla scoperta di uno spazio esclusivamente pittorico.

Quando i processi interni alla natura si fondono col ritmo di vitalità accesa di chi s’inebria dei ritmi e dei colori del mondo, come in una danza, i lavori di Rovati riescono a pulsare in un’unica energia, nella percezione gioiosa e dolente d’un sacro istinto di vita, anche nei recuperi del folklore e del fantastico della tradizione popolare.

Al fondo, questo autore ci allieta col sogno d’un universo magico dove l’uomo non si senta distinto dalle cose, di una riserva di spiritualità nelle materie stesse della pittura come dell’artigianato, mirando a un artificio pirotecnico di archetipi e meraviglie.

Nel “pattern” di linee forti e insieme frantumate batte il ritmo di una strenua vitalità. Ci si abbandona sulla conta di memorie favolosamente lontane, confuse con la scatola delle costruzioni dell’infanzia, i puzzles di un prestigiatore ed i sogni d’un universo magico, a tessere arazzi, mosaici, racconti e paesaggi di città e paesi comunissimi e segreti. Agisce la stessa partitura di ritorni, variazioni e ripetizioni che fanno una “fuga” musicale, su cui reggere l’equilibrio precario di figure funamboliche, di geometrie e incanti.

Non c’è dubbio che Rolando Rovati sia ben consapevole della percezione della pluralità dei tempi e degli spazi che caratterizza la nostra età, e ora parrebbe sbocco quasi naturale della sua ricerca la proposta di un’arte come evento plastico, cromatico, luminoso che tenda a tutto lo spazio ambientale, a circondare lo spettatore, a catturarlo e moltiplicarlo sulla scena d’un teatrino di specchi e meraviglie.

Fausto Lorenzi

è il quadro stesso che pone le sue condizioni, che dà suggerimenti