Rolando Rovati | Giancarlo Calciolari
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Giancarlo Calciolari

2009

“Rolando Rovati. La tipografia del cielo”

Palinsesto di strati infiniti è ciascuna formella, come negli antichi portali. E in ciascuna formella è raccontata una novella, e la serie delle novelle giunge alla notizia. La saga di Rolando Rovati. La saga comincia con un approccio formale, quasi da logico e da geometra. In effetti si potrebbe parlare di una topologia specifica all’itinerario di Rolando Rovati. Topologia impossibile, ricca di punti di fuga, di punti di caduta e di punti d’oblio, in cui interviene un’astrazione che rilancia il gioco, per un’altra partita, che si gioca sempre sulla carta, ma potrebbe anche investire altri supporti, come il bronzo, la pietra, il legno, il gesso.
L’approccio formale è quello dato dalla linee rette, dalle altre figure geometriche, in particolare il cerchio. E anche il découpage fornisce uno strumento che va in direzione di un presunto geometrismo assoluto. Poi qualcosa interviene: la variante e la variazione non sono escluse dalla galassia Rovati. Una forma ha all’interno un tumulto di forme. La composizione forza contro una delle linee, talvolta anche tra le più forti e dominanti. E quindi la composizione si scompone e si ricompone in un’altra seriazione. Sì, c’è una questione di ritmo, di aritmetica, e non solo per la narrazione contenuta apparentemente nelle quadrerie. Il quadrato, il cerchio, le linee e la materia del colore. Acrilici che paiono smalti, per il velo della vernice che conclude senza occultare nulla del disegno, anzi lo sottolinea.
Il viaggio artistico di Rolando Rovati prosegue incessantemente, e nella mostra alla galleria “La Parada” di Brescia, ci sono tre momenti differenti. Il più antico “logicamente” è il momento che giunge sino alla soglia del 2005, in cui le opere concludono un’onda in direzione di una regola geometrica salda, mitigata appena dal gioco e dalla materia del colore. Il secondo momento arriva sino al 2008 e consiste in regole, norme e motivi che procedono dal contrasto tra l’aspetto formale e un aspetto informale in cui predomina un lettering le cui lettere non significano nulla ma paiono alludere a verità molto più interessanti di quelle che vengono spacciate e dispacciate ogni istante nel pianeta globale. Ma vi è anche un aspetto di graffitaggio infinitesimo, quasi miniato. E talvolta in dettagli di pochi centimetri si condensano infiniti universi, come sognava Giordano Bruno. Questa sensazione, che è quella di un William Blake che trova l’infinito in un granello di sabbia, e accenna a questo aspetto il critico d’arte Fausto Lorenzi, che ha introdotto l’artista in occasione del vernissage della mostra, e ha dato il titolo: “L’infinito in un guscio di noce”.
Il terzo momento è recente, matura nell’anno in corso, e come capita, riprende elementi compositivi svolti in precedenza, ma svolgendo un’altra serie. La geometria riprende il sopravvento, le forme non invadono il campo, semmai sono più leggere, minute, e il cielo è lo spalancamento di una nuova esperienza. E l’informe, o piuttosto gli infinitesimi universi di forme, dal cui germogliare emergeranno forse altre ondate pittoriche di Rolando Rovati, sono racchiusi in brevi campiture, in aree di collage contro il cui perimetro cessa la disseminazione.
L’aspetto decorativo, in particolare del primo momento di Rovati è da leggere in altro modo, come da leggere in altro modo è la decorazione araba o il grottesco. Si tratta di tranquillità e di approdo al piacere, inconfiscabile dalla materia della vita. Il nodo della vita giunge alla complessità e da qui al caso dell’unico, senza più restare impastoiato nelle complicazioni, nello smarrimento, ossia nelle rappresentazioni del disagio. Allora la composizione è tranquilla, lieta, felice. Si tratta anche del movimento che ha portato Kandinskij dalle improvvisazioni alle composizioni e poi alle ultime opere che per l’appunto paiono statiche, sospese nel cielo.
Ciascuna opera è degna. Ciascun caso di vita è degno. Ciascun elemento è degno e entra nella parola, nell’esperienza di Rolando Rovati. E lungo l’itinerario pittorico la quantità, per altro infinita si qualifica, sino a cifrarsi, e questo anche per l’infinitesimo ritaglio di carta di un collage e per la sua figura, presa nell’anatomia delle immagini e nel loro movimento, sino alla scrittura del tipo. Topografia? Semmai tipografia del cielo della parola.

Giancarlo Calciolari

è il quadro stesso che pone le sue condizioni, che dà suggerimenti