Rolando Rovati | Pia Ferrari I
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Pia Ferrari

Brescia 2010

“La ricerca è sempre la stessa: fissare la variabilità del rapporto tra punto, linea, colore e superficie: il quadro non può fare a meno di queste regole per imporsi come presenza”: le parole dello stesso Rolando Rovati, scritte qualche anno fa in occasione di una sua mostra, fissano in modo certo ed efficace le coordinate che delimitano il suo lavoro, anche recente.

Oltre l’evidente omaggio a Kandinskij, che è immediato cogliere, la frase pone due questioni ancor oggi fondamentali nel dibattito sull’arte: la riflessione sui mezzi della pittura e sulle sue forme.

Il quadro come presenza

Tutti i lavori di Rovati ribadiscono la necessità della superficie, intesa come spazio dove avvengono eventi segnici generati dal colore.

La superficie è materia, parte integrante dell’opera, luogo che ospita l’intarsio visivo, consistente architettura per le immagini: quanto questo aspetto sia importante per l’artista bresciano è evidente anche nella scelta di operare su supporti lignei che sembrano in un certo modo ribadire “l’imporsi come presenza” del quadro.

L’irrinunciabilità a dipingere entro i confini del ri/quadro non è attaccamento all’uso tradizionale di un supporto, ma necessità di costruire, di fare, di cimentarsi, di considerare l’opera come insieme.

Questo modo di sentire, che parte da molto lontano, dall’idea ancora medioevale dell’indissolubilità del fare e dell’ideare, è un punto fondamentale anche per alcune correnti dell’arte contemporanea: coinvolge alcuni esponenti del futurismo e del primo astrattismo italiano negli anni Trenta, il gruppo Origine dagli anni Cinquanta, Capogrossi e Accardi nelle loro scritture aniconiche, fino alla recente corrente Neo Geo.

Il quadro come materia

Creare un’opera è fondare una realtà, anche concretamente, plasticamente: il suo essere corporeo è un fatto come la raffigurazione che sostiene, consistenza strutturale e visione sono inscindibili.

L’importanza della materialità è ribadita, nei lavori di Rovati, anche nella scelta polimaterica delle carte, degli smalti, delle tecniche miste di riproduzione che danno vita alle immagini.

Si tratta di una rivisitazione contemporanea della pittura delle avanguardie del Novecento, realizzata alternando alla pittura anche i mezzi del presente, dal graffito alla riproduzione fotostatica.

Dallo spunto polimaterico all’alfabeto che popola i molti tasselli dei suoi quadri, l’artista dialoga con gli organismi viventi di Prampolini, i caleidoscopi di Balla, i giocattoli di Depero, le bioforme surrealiste.

La regola che governa il quadro

L’universo immaginario di Rovati sembra essere infinito e potrebbe sfuggirgli di mano, se non fosse ricondotto e riesaminato con la ragione e la calma che governano la composizione.

In alcuni suoi lavori il rapporto tra immagine e superficie si costruisce per moduli, per tarsie che formano una sorta di Wunderkammer dove si custodiscono frammenti di ricordi, di visioni, di suggestioni.

Soprattutto nelle opere più recenti l’immagine è apparentemente unitaria, si distende come un racconto sull’intera superficie: ma è frammentata al suo interno, di fatto scarnificata, aperta a rivelarne i meccanismi interni, gli ingranaggi, l’aspetto biologico ed onirico insieme.

Oppure è ambigua rispetto alle possibilità della visione, offre illusorie e molteplici possibilità di lettura. Stagliandosi su fondi uniformi e neutrali si manifesta come architettura, oggetto, paesaggio, molecola, animale o ricamo. Pittura segnica, dunque, dove la forma deroga alla necessità della descrizione, dove il figurare con segni e geometrie privilegia il processo operativo, mitigando con rigore quasi matematico lo scatenarsi di altre realtà, lo scorrere di alfabeti propri della pittura, la liberazione di racconti della mente.

Pia Ferrari

è il quadro stesso che pone le sue condizioni, che dà suggerimenti