Rolando Rovati | Vittorio Sgarbi II
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Vittorio Sgarbi

2017

C’é una cifra ormai consolidata, precisa, distintiva, che più di altre identifica l’arte di Rolando Rovati, medico di professione, in gioventù appassionato viaggiatore, oggi convinto esploratore degli orizzonti formali che le sue opere pittoriche gli propongono.

A vederle, queste opere dalla cifra peculiare, sembrerebbero originate da un’energia dirompente, conflagrazioni di coloratissimi geometrismi che determinano costruttivistici effetti di caleidoscopio, certamente memori degli esempi forniti dai Futurismi successivi al primo, quelli della deperiana Casa del Mago, del new dada e di Ugo nespolo in modo speciale, ricomposte sul piano, frammento per frammento, come intarsi in cui tutto deve combaciare.

In realtà, ci spiega Rovati, il procedimento é diverso, quasi contrario, essendo la conflagrazione, finale e non iniziale, un effetto anch’essa: si parte da un modulo, una struttura primaria, direbbe qualcuno, e lo si sviluppa, o forse lo si lascia sviluppare, se si credesse alla spontaneità della riproduzione, come per scissione, con alcuni elementi del viluppo primordiale che ne generano un altro, e da questo altri elementi si predispongono a proliferare in maniera simile, in un processo teoricamente infinito. Più che geometria, é biologia molecolare, perché le sequenze così ottenute rispettano una certa costanza di frequenza, come se fosse un carattere predisposto per via genetica, ma mai fino al punto di perseguire una regolarità assoluta alla Mondrian, dove tutto, cioé, sia perfetta corrispondenza, perfetto equilibrio fra linea, campitura e colore. C’é sempre uno scarto, una variazione sul tema, imprevista al momento dell’inizio del viaggio pittorico, che impedisce la quadratura del cerchio.

Metaforicamente, quello scarto é la vita, che si manifesta come un’imperfezione di straordinaria efficienza, contrapposta all’astrazione della perfezione, contemplabile mentalmente, ma non verificabile in natura.

Così, la ricerca di rovati, che avresti detto ispirata a una visione dell’arte che la interpreta rigorosamente come un problema di forma, si carica anche di significati metafisici, interrogandoci sul senso più recondito e originario delle cose.

Vittorio Sgarbi

è il quadro stesso che pone le sue condizioni, che dà suggerimenti