Rolando Rovati | Vittorio Sgarbi I
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Vittorio Sgarbi

2014

Punto, linea, superficie. Le componenti strutturali della pratica grafico-pittorica, sancite da Vassilij Kandinsky nel suo celebre saggio del 1926, hanno rappresentato le pietre angolari per il lavoro di innumerevoli artisti, di diverse generazioni. Proprio l’acquisita consapevolezza che le funzioni dell’arte non debbano fermarsi alla semplice riproduzione mimetica del visibile, ma che debbano ambire a trasfigurarlo, insieme all’invisibile, al puro pensiero concettuale, in strutture segniche più o meno complesse, più o meno codificate, ha generato quella spasmodica ricerca, formale e intellettuale, che di fatto ha identificato e ancora identifica il senso primo del fare arte. Rolando Rovati non fa eccezione a questa regola non scritta. È lui stesso, del resto, che ci vuole ricordare, a proposito del suo lavoro pittorico, il debito kandinskiano, quando sostiene che in fondo la ricerca è sempre la stessa, ovvero “fissare la variabilità del rapporto fra punto, linea, colore e superficie”. Poco o nulla conta, in questa logica, l’apparenza del soggetto da rappresentare, la corrispondenza tra il rappresentabile, reale o mentale, e il rappresentato. Dunque Rovati, che come tanti noti astrattisti del passato, ai suoi esordi pittorici, alla fine degli anni Ottanta, parte figurativo, seppure in modo anti-naturalistico, fortemente geometrizzato, finisce presto per approdare, attraverso un percorso complesso quanto lineare, a un segno puro che quando rimanda al dato oggettivo, non lo fa più per rapporto di somiglianza, ma, eventualmente, per suggestione tutta mentale, dettata dalle infinite variabili della soggettività. È, quello di Rovati, un segno insistito, ridondante, di potente impatto, sia dal punto di vista cromatico che materico, capace di trattenere lo sguardo di chi guarda ben dentro il limite della cornice fisica dell’opera, un segno che non ha alcun timore di contaminarsi con possibili funzioni decorative, che spesso l’arte contemporanea ha voluto considerare una diminutio; anzi, la decoratività finisce per diventare una componente importante del linguaggio pittorico dell’artista bresciano, una sorta di valore aggiunto, in termini di abilità pittorica, di techné, ma in senso più intellettuale che manuale, come capacità razionale di organizzazione spaziale della superficie pittorica. L’ideale formale perseguito da Rovati, fin da esordi segnati da incantamenti neofuturisti, è qualcosa che trova compiutezza solo in sé stesso, nella ritmica partitura grafica e cromatica delle sue componenti “cellulari”, disposte nello spazio con regolarità matematica, e in sequenze multipartite (di 3, 4, 9 settori all’interno della singola opera). Anche le sue prove più recenti e mature insistono nella direzione di una ricerca rigorosa sulle regole di composizione coordinata delle forme, spesso gestita attraverso la scansione seriale delle componenti strutturali, le stesse evocate quasi un secolo fa dal padre per antonomasia dell’Astrattismo, ma anche debitrice di altre esperienze nel segno dell’Avanguardia storica, dal secondo Futurismo di Prampolini, Depero, Balla, Umberto Mastroianni, sugli stimoli dei quali Rovati deve avere certo iniziato il suo percorso artistico, al Costruttivismo sovietico pre-staliniano e l’esperienza neoplasticista di De Stijl. Ma ugualmente evidenti, soprattutto sul piano concettuale, sembrano gli influssi di alcune declinazioni della Pop Art, sia statunitense (vengono in mente le serie warholiane dei Car Crash o delle Electric Chair – alle cui esaltazioni della serialità meccanico-fotografica, Rovati contrapporrebbe una “non-referenzialità” pittorico-manuale – ma soprattutto gli American Dreams di Robert Indiana, o il Full Moon di Allan d’Arcangelo), sia europea, proprio per la caratteristica plastica del segno, che ricorda anche i grafismi di certi cartoons d’autore (Yellow Submarine, ad esempio, a sua volta in odore di Pop). A tanta abbondanza di ingredienti, va aggiunta anche una certa impressione di esotismo, in filigrana sotto gli schemi della serialità, per certi versi ancora più archetipica, che richiama gli arabeschi antichi, con le forme variegate della natura che vengono ricondotte all’artificio idealizzante della geometria dalla volontà ordinatrice dell’uomo. È questo, forse, il messaggio ultimo, più segreto dell’arte di Rovati, come se nel fondo del presente più tecnologico fosse sempre percepibile, in trasparenza, il marchio di fabbrica di un presente eterno, il passato.

 

Vittorio Sgarbi

è il quadro stesso che pone le sue condizioni, che dà suggerimenti