Rolando Rovati | Fausto Lorenzi II
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Fausto Lorenzi

2017

Perdersi e ritrovarsi nella sala degli specchi

Lo spettatore dei dipinti di Rolando Rovati -tecniche miste, soprattutto acrilici, smalti, collage e ritagli di carte colorate su tavola- è attratto nel fuoco ottico, risucchiato nel ritmo medianico e seduttivo, caleidoscopico e vorticante. Per l’artista bresciano ogni costruzione, ogni corrispondenza deve basarsi su principi di armonia, interiorità, risonanza interna. L’immagine fantasmagorica che ne risulta simboleggia una ricerca di nuovi valori strutturali alla percezione, mentre la sensorialità dei colori indica il tentativo di non depurare l’immagine astratta dalla vita vissuta, da sensazioni e ricordi.

Non è cambiato negli ultimi anni il mondo di Rovati, le cui accensioni poliformi e multicolori sono innescate da riferimenti figurativi (personaggi, paesaggi, fiori, uccelli, pesci, elementi architettonici, scene urbane, macchinari) trasposti in un gioco mentale e di linee e forme colorate modulari che si schiudono come efflorescenze o s’accendono come bengala, luminarie, sonde nello spazio, e si sfaccettano in infinite rifrazioni, come in una sala degli specchi al luna park. Emerge, con chiarezza, il desiderio di rivivere il vissuto quotidiano come un gioco della memoria che passa attraverso gli strumenti dell’infanzia e della decorazione.

È cresciuta nell’ultimo decennio una pittura non più solo come arte dello spazio, ma anche del divenire. Nascono immagini ad estensione potenzialmente infinita, che nella scansione ritmica e nelle relazioni di timbri di colore traducono questo senso del divenire. Il pittore, pur non abbandonando mai del tutto il riferimento descrittivo, volge a forme astratte più congeniali al tema del movimento inteso come danza di tasselli colorati, tra linee-forza dinamiche, compenetrazioni e contrappunti di colori primari che fanno percepire la pluralità dei tempi e degli spazi, scegliendo un modo di comporre per  equivalenze o per contrasto e l’urto dei colori puri (giallo e blu, rosso e nero, verde e azzurro soprattutto) così da ottenere una ballata ritmica di forme geometriche, cunei, spirali e coni rotanti di colore-luce brillante, saturo e al calor bianco. L’autore estende altrettanto il controllo geometrico e programmato a forme pulsanti cellulari, organiche e biologiche, ma sempre per orchestrarle nel più generale concertato di musica cromatica che comunichi un’immagine interiore universale.

 

Un dizionario labirintico del mondo

Al fondo sta la candida meraviglia del caleidoscopio, ma in un gioco di forme che vanno conquistando una più rabescata eleganza ed energia ritmica. E quando più semplifica in contrasti netti, più accresce la forza della struttura labirintica e il suo effetto d’astrazione, con un piede nell’intarsio arguto (il procedimento a rebus, a rompicapo), e l’altro nella trasognatezza. Il modo compositivo segnala un’aspirazione in qualche modo classica al controllo formale, nel raccogliere dall’espressionismo lirico-geometrico di Kandinskij l’idea che i colori devono diventare i suoni della pittura, le linee i suoi ritmi occulti; dal cubismo sintetico il convivere di scomposizione geometrica ed elementi figurati e nell’esigenza di far tornare di peso la realtà fisica nel quadro, ma al ritmo ballabile di tasselli colorati, come insegnò Severini nei suoi lavori dedicati alla danza. Non mancano nemmeno caratteri alfabetici e tipografici, parole ritagliate e dipinte, scritture indecifrabili, che rafforzano l’inestricabile commistione geroglifica di grafemi e icone, così da tendere tutte le fibre e nervature delle immagini. Ne risulta in ogni opera un dizionario criptico del mondo, in un inestricabile intrico di significati polivalenti, in una disseminazione di significati possibili. L’arte, diceva già Kant a metà Settecento, ha in comune con il gioco la libertà e il disinteresse.

Rolando Rovati, per il cui procedimento a puzzle intarsiato è stato spesso evocato Ugo Nespolo, patafisico prestigiatore dell’arte-gioco, che ha offerto però un’inclinazione ironica e ludica tutta pop (per le neoavanguardie del Secondo Novecento si trattava di spezzare le parole e le cose usate e usuali per farne nuove immagini), raggiunge il suo approdo quando combina alle sensazioni raccolte dagli occhi, per analogia, le nozioni della mente. Lui stesso in questo catalogo racconta il suo metodo: «Tutto sembra caratterizzato da un geometrismo assoluto, ma qualcosa interviene sempre a destabilizzare, perché la variante e la variazione sono costantemente imminenti come nello scarabocchio infantile. Rette che procedono diritte, a zig zag o che si incurvano all’improvviso a formare ellissi, parabole, cerchi e rette parallele che sempre all’improvviso divergono o si incrociano».

Ho già annotato in un catalogo del 2010 che sarà fors’anche per via della professione medico-psichiatrica che lo ha portato a sondare le dimensioni frantumate dell’io, ma non c’è dubbio che i lavori di Rovati abbiano come costante il disvelamento dell’esistenza di più piani del reale, di molteplici strutture e visioni e, quindi, di verità, movendo da un pattern decorativo di motivi che rimandano a una catena di simboli e ideografie risalenti a ritroso fino alle più ataviche forme di percezione del mondo.

 

Slanci vitali e fuochi fatui

È chiaro che una biografia può spiegare determinate inclinazioni e scelte, non può invece illuminare esiti e qualità artistiche: però è proprio l’attitudine a riflettere, in senso fisico e mentale, a dare la chiave per aprirsi una via di fuga fuori dal classico spazio euclideo. L’autore si è a lungo interrogato sui meccanismi combinatori del linguaggio e sul valore di stereotipo e di scambio di cui sono portatori immagini ed oggetti nella società multimediale, tanto più quando sono ridondanti e moltiplicati: non manca in lui un sottile gusto dello spiazzamento, dello spostamento di contesto, ma rivela anche un alone di surrealismo nel sogno di un universo magico dove l’uomo non si senta distinto dalle cose, la favola d’una mitologia perduta che si fa costellazione di emblemi.

L’arte, con l’empito d’un fuoco d’artificio che si tramuta nella ricaduta in un ombrello dalle mille efflorescenze luminose, si fa gioco rivelatore sulla percezione del reale, a cercarvi una sostanza umana e spirituale, una storia d’uomini entro il trascorrere di slanci vitali e fuochi fatui, prima del loro fissarsi in decorazione. Decorazione ipnotica e magnetica, che attrae nel fulcro della visione, che cita la tradizione dei mosaici, degli intarsi, degli arazzi, con le forme naturali e meccaniche stilizzate e rese irreali, come richiami frammentari alla transitorietà della vita terrena rispetto all’infinito, coltivata e ordinata come un lussureggiante giardino di forme archetipiche, arabeschi, intrecci geometrici, vettori, nella moltiplicazione di recinti come orti quadrati, per far sì che la vita sembri una felicità continua, una voluttà avventurosa incontaminata dalle violenze della realtà.

I lavori si reggono su un’architettura combinatoria di membrature che si muovono, ondeggiano, s’intrecciano come steli piegati dal vento, o investiti da vortici.

Negli ultimi anni l’autore ha affiancato alle sue architetture araldiche di tasselli uniti e dinamici, di ripetitività ossessiva, montante, anche dipinti di nebulose pulsanti, quasi trepide, delicate nel liberare l’energia del colore e l’idea d’un moto perpetuo della pittura, come in cinque pannelli di questo 2017 presentati come un unico fregio per la fluidità che spezza i confini, con passaggi timbrici e tonali che scrivono una sorta di narrazione della scala dei colori in movimento.

Anche la ricerca di Rolando Rovati, che da forme isolate, poi accostate a bande parallele, paratattiche o progressive come in un corteo, si è volta con ostinata dedizione alla moltiplicazione del modulo quadrato, dimostra che astrarre vuol dire togliere, ma non significa affatto rinuncia: viceversa creazione di un altro reale, e indagine anche all’interno di noi stessi, a sondare le risonanze psicologiche e spirituali delle forme primarie, dei frammenti di cose viste e sentite, dei colori. Proprio perché intesa come integrazione nel campo delle forze vive, complesse e contraddittorie dell’uomo, la sua sperimentazione si svolge come un racconto a più dimensioni, dove all’antico fascino cabalistico del calcolo e del numero (anche nella giustapposizione dei colori) si associa la possibilità di esplorare i segreti di dimensioni ancora ignote, attraverso i contrasti di colore che danno un ritmo ai sondaggi entro il magma delle percezioni e delle emozioni.

 

L’ordine del quadrato si ribalta in peripezia

Il quadrato ribadisce la cornice dello sguardo scalata in profondità nella scatola prospettica di invenzione umanistico-rinascimentale (ma la forma quadrata era già la metrica delle formelle nelle predelle aneddotiche delle pale e nelle cornici dei portali medievali), su diagonali, in cui iscrive spesso la forma circolare, alla ricerca di sonorità  interiori come fossero onde concentriche, ma che sonda altrettanto con forme spiraliche, ellissi, parabole, trame zigzaganti, cunei, orbite semicircolari. L’ordine immobile si ribalta in peripezia, e più circoscrive il campo dell’esperienza -in un dettaglio, un tassello, un frammento- più apre prospettive vertiginose al proprio interno.

L’artista insegue costruzioni instabili di piani articolati nello spazio, e di variazioni seriali colorate, a far intendere come non voglia un uomo dimezzato tra razionalità e sentimento. Caratterizza i colori per la struttura fondamentalmente musicale basata su una partitura di forti timbri e clangori sonori, e sull’impostazione ritmica pura, come se ci potessero guidare ad ascoltare il battere e il levare del tempo, dentro e fuori di noi. Riesce così a suggerire la percezione di una pluralità di spazi e tempi e di un’arte che tende all’ambiente, con quelle forme immerse in un continuum spaziale e che transitano in una sorta di espansione geometrica, di moto perpetuo, da un riquadro all’altro, da un dipinto al successivo, compenetrandosi in un  palpito universale e coinvolgendo lo spettatore nella danza di scomposizione-ricomposizione delle figure e dei simboli in movimento e di diffrazione dinamica della luce.

Rovati rimedita più di una istanza delle avanguardie del primissimo Novecento, come l’utopia di redenzione dell’universo in una armonia concertata di linee e colori sognata dalla Secessione viennese progettando motivi strutturali e ornamentali che potessero riprodursi illimitatamente, fondendo geometria, natura, grafismi orientaleggianti e psicologia della Gestalt; come la visionarietà mistica di forme geometriche colorate partecipi di energia cosmica alimentata dai suprematisti russi attorno a Malevicˇ; come gli «oggetti che non finiscono e si intersecano con infinite combinazioni di simpatia e urti di avversione» che teorizzava Boccioni, insieme alla nozione che sempre quel maieuta del futurismo andò delineando, in sintonia col bresciano Romolo Romani, di stato d’animo come combinazione di energie presenti sia nella materia che nell’uomo, in interazione dinamica. Ed è quasi scontato citare, sempre in questo terreno di coltura del mondo pittorico di Rovati, il proposito enunciato da Balla e Depero nel Manifesto per la ricostruzione futurista dell’universo del 1915, che appunto si proponeva di ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente in una sintesi plastica che non espungesse la decorazione, anzi.

 

Ricostruire l’universo rallegrandolo

Certo anche Rovati ricostruisce il mondo “rallegrandolo”, con piccole campiture di colori dai timbri acuti e sgargianti, risonanti e allegri, ed è creatore rigoroso di spazi calcolati e attentamente calibrati, ma altrettanto magici e infantili, tanto che per alcune opere si può pensare alla trasfigurazione visionaria di segno e colore delle arti popolari e del folclore, ironico e stupefatto nelle figurazioni favolistiche e nei ritmi meccanici. In fondo in queste peripezie incantate si può intendere in filigrana persino la struttura delle fiabe, tra azioni e funzioni, figure magiche e metamorfiche entro una topologia mitica, trasognata. Il senso compositivo, lo spazio magico che ne fa sortire le forme deformi, il lucore interno, tutto rende la strampalata festosità e la segreta malinconia che portano il senso di verità umanissime.

Proprio per questo spirito magico e festoso, per una fidente disponibilità alla sorpresa e alla meraviglia che conserva più di qualcosa del candore dell’infanzia alla scoperta del mondo, ma che non esclude l’inquietudine, lo smarrimento e lo straniamento di chi s’avventura in spazi misteriosi, ho già qui evocato, per la struttura non solo ottico-fisica, ma anche mentale e psicologica di questi dipinti, la camera degli specchi dei vecchi luna park. Ecco il gioco di riflessioni multiple, rifrazioni e distorsioni, anche a curvatura variabile, che generano uno spazio di vibrazione emozionata, un moto perpetuo nell’incrocio di diversi punti di vista e vertigini concave e convesse (ma qui si è tentati di guardare anche a modelli illustri, fino al mirabolante mondo di paradossi speculari di Escher). L’interesse per il mondo visibile (la compresenza di volti, corpi, oggetti, paesaggi, architetture primarie) convive con immagini interne, cioè costruzioni metamorfiche dal mondo visibile al mondo invisibile. L’artista spinge gli spettatori a vagare ed a perdersi nel quadro-puzzle, teatro di continue sorprese e meraviglie, dimentichi di sé.

Rolando Rovati, che su forme geometriche regolari sviluppa e avviluppa concrezioni cellulari e forme slittanti, evoca così l’equilibrio dinamico su cui si regge il mondo, definendo delle unità costanti di base e delle regole precise entro cui calcolare la variabile della soggettività individuale. Nel progresso del suo lavoro è arrivato a far cadere ogni distinzione aprioristica tra ornamento e struttura: figura e decorazione non sono la stessa cosa, ma si compongono in unità quando la ripetitività di cifre e moduli non si risolve in sé stessa, perché indissolubilmente connessa ai continui, ritmici collassi della forma, ai mutamenti d’ordine del pattern. Il ritmo modulare dell’artista, fatto legge di misura come rivelazione di un equilibrio dell’universo, è griglia di esplorazione e liberazione di una soggettività lirica e misteriosa, sfuggente e allusiva, irriducibile alla sola meccanica formale, con il colore che amalgama qualsiasi “racconto” dello scorrere delle vite e delle stagioni in un impasto lucente.

Un muoversi delle cose, per rappresentare in presa diretta l’energia e la sorpresa del mondo, che si fa conoscere da noi solo in quanto partecipiamo della sua vita nell’abbandono, nella scrittura dell’esistenza, anche nel gioco, non nel calcolo. Tutto diventa un ritmo per intercettare la parte più luminosa e vivida del mondo. Tocca all’artista avventurarsi in un territorio sconosciuto, sospeso tra l’ordine e il disordine, inventando un nuovo alfabeto dei segni dell’esistenza.

Fausto Lorenzi

costruzioni instabili di piani articolati nello spazio